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COMITATO DI CONTROLLO: DANNI ARRECATI ALLA PRODUZIONE AGRICOLA DALLA FAUNA SELVATICA - AUDIZIONE DEL PRESIDENTE DI CONFAGRICOLTURA, ROSSI, E DELL’ASSESSORE REGIONALE, CECCHINI

In sintesi

Il Comitato per il controllo e la valutazione ha ascoltato questa mattina Fabio Rossi (presidente di Confagricoltura) e Fernanda Cecchini (assessore regionale), in merito alle “Norme per l'attuazione del fondo regionale per la prevenzione e l'indennizzo dei danni arrecati alla produzione agricola dalla fauna selvatica ed inselvatichita e dall'attività venatoria”.

(Acs) Perugia, 6 dicembre 2018 - Il Comitato per il controllo e la valutazione ha ascoltato questa mattina Fabio Rossi (presidente di Confagricoltura) e Fernanda Cecchini (assessore regionale), in merito alle “Norme per l'attuazione del fondo regionale per la prevenzione e l'indennizzo dei danni arrecati alla produzione agricola dalla fauna selvatica ed inselvatichita e dall'attività venatoria”. L’audizione, era stata richiesta dal presidente Roberto Morroni per fare chiarezza sulla “eccessiva presenza di animali selvatici, in particolare modo di cinghiali, che sta assumendo una dimensione davvero preoccupante”. A suo giudizio “appare necessaria una revisione della suddivisione tra aree vocate e non vocate, nelle quali la presenza del cinghiale deve essere ritenuta incompatibile con le caratteristiche di un territorio”.

FABIO ROSSI ha espresso la posizione di Confagricoltura spiegando che “la legge prevede l’individuazione di aree in cui sia incompatibile la presenza dei cinghiali. Ma la Regione ha individuato solo le aree vocate o non vocate alla caccia collettiva. Le zone boscate risultano vocate mentre la pianura e le aree agricole risulta non vocata. In questo modo il Monte Ingino, sopra Gubbio, risulta area vocata. Lo stesso vale per il bosco di fronte alla Rocca di Spoleto e alla rocca di Assisi. Nelle aree contigue agli agriturismi ci troviamo dunque con battute di caccia collettiva. Ogni anno, entro il 31 gennaio, andrebbe fatto un piano che attesti quanti sono gli animali presenti, quanti ne possono essere abbattuti, quanti ne può sostenere l’ambiente. Con il conseguente Piano di abbattimento andrebbero raggiunti questi obiettivi. Le relazioni però non sono mai state stilate e nel caso avrebbero solo potuto attestare che la proliferazione dei cinghiali era ormai incontrollata. Non sono mai stati fatti i piani di prevenzioni dei danni, che spettavano alle Province. La Regione ha stilato il proprio Piano faunistico venatorio nel 2009, che però è scaduto nel 2014 ed è stato prorogato, anche se il Tar ha stabilito che ciò non può avvenire. Il regolamento regionale ‘34/’99’ è stato modificato molte volte e prevede tra l’altro Piani annuali di gestione della specie per il contenimento dei cinghiali e i piani degli abbattimenti, che devono essere inviati alla struttura regionale per l’approvazione. Gli Atc però dal 2015 non hanno ottemperato, se non parzialmente, solo a seguito della nostra diffida. Pochi giorni fa la Corte costituzionale si è espressa sulla legge della caccia dell’Abruzzo, stabilendo che non possono essere i cacciatori a fare la selezione, devono essere agricoltori e guardie venatorie a farlo. In Umbria ci sono 375mila ettari di boschi, in molti dei quali è necessario operare un controllo della proliferazione dei cinghiali. Deve essere salvaguardata l’agricoltura di montagna, altrimenti si rischia l’abbandono di molte aree della nostra regione, con conseguenti rischi anche idrogeologici.

La caccia al cinghiale è diventata una attività economica vera e propria. Al tempo stesso i danni subiti dagli agricoltori nel 90 per cento dei casi non sono risarciti e non coprono gli investimenti fatti. C'è il rischio che le aziende agricole chiudano a causa dei danni subiti dalla fauna selvatica. Le recinzioni elettriche costano molto e non sono efficaci per bloccare i branchi di cinghiali. È necessario che i cinghiali vengano delimitati in zone precise, dato che il loro contenimento è complesso e i danni subiti dagli agricoltori sono rilevanti”.

Fernanda CECCHINI ha inquadrato la questione dei risarcimenti spiegando che questi ultimi spettano agli Ambiti territoriali di caccia (Atc) quando i danni all’agricoltura avvengono nelle aree libere mentre competono alla Regione quando si verificano negli ambiti protetti, come parchi e oasi. Nel 2017 i danni alle colture, causati soprattutto dai cinghiali, sono stati di circa a 700mila euro: una quota fissa, quest’anno 540mila, viene messa a bilancio mentre una quota ulteriore deve essere coperta dagli Atc, secondo il principio che il controllo di una specie cacciabile spetta ai piani di abbattimento degli Atc. Se questo non avviene e ciò arreca dei danni, l’ambito di caccia deve concorrere ai risarcimenti. Gli Ambiti hanno anche compiti di governo del territorio e devono avere piani di abbattimento e di gestione che servono a ridurre l’entità dei risarcimenti. L’Atc non ha entrate proprie, quindi i fondi vengono dalle quote pagate dai cacciatori (che in Umbria sono circa 25mila). I danni all’agricoltura mettono in crisi le aziende e creano pericoli e disagi per chi vive in campagna, anche senza essere un coltivatore.

Il contenimento dei cinghiali è molto complesso, anche perché essi si muovono tra i confini regionali. Perciò abbiamo chiesto al Ministero un tavolo sulla fauna selvatica, per avere un approccio omogeneo tra diverse regioni. Per storni e nutrie servirebbero indicazioni nazionali chiare ed andrebbe inoltre modificata la legge che prevede la presenza obbligatoria di un rappresentante delle forze dell’ordine alle operazioni di contenimento. La mutazione del Corpo forestale e della Polizia provinciale rende necessario un riassetto normativo che semplifichi le operazioni di contenimento, che non vengono svolte per timore di multe e sanzioni legate appunto all’assenza di personale delle forze dell’ordine, anche se la nostra legge regionale permetterebbe di agire lo stesso. I danni più consistenti si registrano nei pressi delle aree protette e dove ci sono colture più intensive e redditizie, come l’ortofrutta. Sarebbe opportuno riuscire a conciliare gli interessi del mondo agricolo e dei cacciatori, ma questo non è facile. Andrebbe effettivamente attualizzata la classificazione delle aree vocate e non vocate, ferma all’inizio del 2000, per rendere anche più efficaci le strategie di contenimento. Diverso il discorso per i danni alla zootecnia, che riguardano soprattutto l’azione dei lupi: non trattandosi di una specie cacciabile i risarcimenti sono tutti regionali e ammontano a circa 150/200mila euro all’anno. Per il lupo, con le necessarie autorizzazioni, si potrebbe già fare contenimento, ma pensiamo che in Umbria non sia necessario, dato che esso è una sentinella di qualità ambientale e quindi andrà affrontato con la prevenzione”. MP/

Data:
Giovedì, 6 Dicembre, 2018 - 16:30

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